« Chambre avec vue sur l’amer »

Janvier 2012. Isola del Giglio. Vue depuis la fenêtre de ma chambre à l'hôtel Demos.

Janvier 2012. Isola del Giglio. Vue depuis la fenêtre de ma chambre à l’hôtel Demos.

Témoignage écrit pour la réédition de « Quella notte al Giglio – il dramma della Costa Concordia » de Cristiano Pellegrini (Siena Libri) à l’occasion des commémorations du 13 janvier 2013.

14 gennaio 2012. “C’est loin de Rome, l’ile du Giglio?” (pronunciato alla francese : gi-ghly-o) mi chiede con ansia un redattore capo, poco dopo i primi lanci d’agenzia. E’ dalle 4.30 del mattino che il mio telefono non ha smesso di squillare. Il naufragio della Costa Concordia è già sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo. Migliaia di giornalisti stanno raggiungendo in massa Porto Santo Stefano. Mentre sbarcano i primi naufraghi evacuati dal Giglio, i cronisti cercano di imbarcarsi sui traghetti insieme ai soccorritori, ai carabinieri, agli uomini della protezione civile e ai volontari del posto. Una selva di telecamere, microfoni e macchine fotografiche invade il ponte del traghetto: giornalisti, operatori e fotografi si spintonano per guadagnarsi il posto migliore. Ma a un tratto, tutti rimangono come pietrificati. Il traghetto sta entrando nel porto del Giglio, passando a pochi metri di distanza dal relitto della nave da crociera incagliata. C’è chi si tappa la bocca dalla sorpresa; chi sgrana gli occhi, tanto per essere sicuro di vedere quello che sta vedendo, chi tira fuori il cellulare per fare una foto, per ricordare quella prima, agghiacciante, impressione.

Un vento polare soffia sull’isola. Gli alberghi sono pieni. Le stanze sono gelate, il riscaldamento è spento. Penso ai sub che si immergono per cercare i superstiti. Penso a tutti i passeggeri che hanno dovuto evacuare la nave in pigiama sulle scialuppe con questo freddo. La finestra della mia stanza dell’hotel Demos affaccia sul relitto. “Chambre avec vue sur l’amer” ironizza un amico francese. Troppa agitazione, troppe emozioni, troppe ore di lavoro: non riesco ad addormentarmi. E’ notte fonda: dopo aver mandato tutti i servizi per la mattina del giorno dopo, rimango ore a guardare le barche dei soccorritori in movimento, a fissare il ballo dei fari, ad ascoltare l’ululato delle sirene. Ipnotizzata, anestetizzata. Non sento invece il freddo pungente che sta entrando nella stanza.

Domenica 21 gennaio, ultimo giorno di lavoro al Giglio. Non ci sono più “notizie”, ormai è stato fatto tutto, è stato detto tutto. Il naufragio è stato esaminato da tutte le angolature. La tragedia della Costa Concordia non interessa più le redazioni, altre cose succedono nel mondo. Per loro la storia è finita. Prima di ripartire, dopo aver mandato un ultimo servizio sul turismo del macabro, faccio due passi sugli scogli. Di fronte a me, la nave di lusso giace come un animale agonizzante. I turisti si fanno foto ricordo, con il relitto sullo sfondo. Alcuni giornalisti televisivi si agitano ancora davanti alle telecamere per gli ultimi collegamenti in diretta. Mi chiedo chi vincerebbe – tra loro turisti e noi giornalisti – la gara del cinismo. Registro il rumore del mare sugli scogli, il mio sguardo fisso dentro l’acqua che va e viene. Dopo tante giornate fredde e cupe, finalmente è spuntato un sole caldo. Da lontano, sento improvvisamente il rumore di un elicottero che si avvicina alla nave. La sorvola. Un cavo viene calato, che risale con qualcosa appeso. Un altro corpo è stato ritrovato. Mi si ghiaccia il sangue nelle vene. Mi viene allora un sapore amaro in bocca, una nausea che durerà per settimane dopo il mio ritorno sulla terraferma. M.A.

Un an après le naufrage, retour sur l’ile du Giglio. A 21:42 les sirènes de tous les navires amarrés dans le port résonnent dans la nuit en mémoire des 32 victimes de cette catastrophe inédite dans l’histoire de la marine.

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